L’isola

La nostra idea di Favignana, come noi la viviamo e amiamo, forse è qualcosa di più di quello che potrete trovare su una qualsiasi guida turistica. Non sapremmo dire che cosa sia a rendere così magico ai nostri occhi e ai nostri sensi “questo scoglio (…), uno di que’ sassi, di cui abbonda il mare che fra la Sicilia e l’Africa scorre”. – Teodoro Monticelli, Trattato delle api in Favignana, 1840.

Forse sono i colori del mare, colori cangianti attraverso tutte le sfumature e gradazioni di azzurro, turchese, blu e verde, ma anche di grigio e blu argenteo appena in cielo si addensano le nubi. A Favignana il mare è una presenza che ti accompagna ovunque: un infinito orizzonte di mare. Anche quando è coperto alla vista da qualche muretto a secco o cespuglio di macchia, il mare lo annusi nell’aria che profuma di alghe e di sale.

Forse sono i colori del cielo, a volte di un turchese così intenso che lo sguardo si perde, quasi surreali al tramonto, con la sagoma inconfondibile di Marettimo e il fascio di luce intermittente del Faro di Punta sottile a fare da sfondo.

Forse sono i campi lasciati a pascolo, dove le pecore brucano placidamente, divisi dai muretti a secco, punteggiati da cespugli di macchia e da vecchi carrubi dai tronchi contorti; campi che in estate sono gialli, secchi, aridi, ma che si ricoprono di erba verde e di improvvise fioriture stagionali non appena cadono le prime piogge autunnali.

Forse sono le sagome dei fichi d’India, i cespi lilla del timo, il rosso delle euforbie in estate, i cespugli di capperi che sbucano dalla nuda roccia e regalano fiori eterei, boccioli e frutti prelibati raccolti ancora oggi a mano nel mese di maggio, preparati sotto sale nelle tipiche bottiglie della salsa e venduti dagli anziani sugli usci nei vicoli del paese.

Forse è il profilo del Monte di Santa Caterina con il suo forte, la sella e la Croce che svetta in alto e le falde coperte dalla macchia mediterranea bassa percorsa da sentieri che regalano vedute e scorci indimenticabili.

Forse è la pietra che domina l’isola, il tufo: giallo, morbido, scavato dall’uomo e modellato dal vento e dal mare in vere sculture. Le cave di tufo rendono unico il paesaggio della piana favignanese e di alcuni tra i più bei tratti di costa, dal Faro di Punta Marsala al Bue Marino, dove ancora sono visibili gli antichi scivoli per caricare i blocchi sulle barche, fino all’incantevole Cala Rossa dove il turchese intenso del mare s’insinua tra le colonne e pareti di tufo da cui spiovono cascate di capperi.

Forse è il fascino dei frutteti coltivati nelle cave di tufo, al riparo dai venti; alcuni, abbandonati, hanno lasciato il posto a una ricca vegetazione spontanea, altri, ancora oggi curati, danno frutti di varietà antiche, quasi scomparse: melograni, fichi dolcissimi, pesche locali (sberge e tabacchiere), mandorle e viti.

Forse sono i volti dei pescatori, con la pelle bruciata dal sole, le forti mani callose, intenti a riordinare le reti sulle piccole barche verniciate di bianco e turchese, ormeggiate nel porto grande o nel caratteristico porticciolo di Punta Lunga.

Forse è il profilo dell’antico stabilimento della Tonnara Florio che racconta di un passato prospero, e si affaccia sul porto rendendo unico l’abitato di Favignana.

Forse è il fascino particolare che l’isola assume “fuori stagione” quando i tanti turisti sono andati via e la vita ritorna ai suoi ritmi lenti.

Forse sono i volti della gente che incontriamo da sempre; Gioacchino, il gigante, l’ultimo rais della mattanza, Clemente, il grande tonnarota dall’inconfondibile chioma dorata, Maria Guccione che con la sorella Giovanna custodisce i tesori della cucina favignanese, il sordo muto che gira in bicicletta per il paese, zio Sarino, che oggi non c’è più ma il cui ricordo vive ancora nelle sue sculture di tufo, e tanti tanti altri che hanno contribuito a creare l’identità dell’isola.

Un’isola ancora vera e autentica, con tutte le sue contraddizioni, dove lo “slow living” è essenza di questo luogo e della sua gente.

Fabio e Ginevra